giovedì 25 agosto 2011

Del tuo sedere avevo creduto che...

Copyright of Diego Mecca
La perfezione è orribile, dicevi tu. Non so che farmene.
Di tanto in tanto consapevole di questo facevo attenzione a non macchiare le scarpe di camoscio né di stortare il pennino della Parker (stilo a stantuffo, inchiostro viola) per eccesso di passione nello scrivere di quella storta materia che è sempre stata per me l'amore.
Di tanto in tanto le scarpe si sporcano però. E a furia di stortarmi dentro la carne dell'amore, pure il pennino della Parker ha fatto seguito alla fine cui - naturalmente - siamo condotti nel commercio con il corpo.
Poi sono accadute delle cose.
Le cose hanno questa invariabile tendenza ad accadere. Succede proprio, non ci si può far molto.
Così a Parigi, la sabbia dei giardini di Colette ha ricoperto le mie scarpe che - da scuromarrone - si sono fatte grigiosabbia.
Così, alla luce del sole, ho visto come il tuo sedere - tondo e morbido nel suo riposo - non sia perfetto come avevo creduto.
Di spazzolare le scarpe non ho alcuna intenzione. Ci resti quanto vuole quella sabbia, a ricordare un ricordo di sole nel tepore del giardino.
Per quanto riguarda, invece, il tuo sedere, mi piace ancor di più, adesso. E non credevo fosse possibile, te lo assicuro.

mercoledì 24 agosto 2011

Afiorismi

A trattenermi dal suicidio è soltanto l'odio feroce che provo per me stesso.

domenica 21 agosto 2011

Libero di leggere


A me piace leggere camminando... La mia biblioteca ideale sta nella borsa che porto sulla spalla. I libri cambiano a seconda dell'umore della stagione.
Camminare leggendo sposta il peso dei passi nelle pagine del libro. E l'attenzione si fa più curiosa. Almeno così a me succede.
Leggere camminando amplifica la percezione delle cose. Malgrado la mente sia occupata dalle parole lette. A me succede così. Cominciare a camminare, prendere un libro dalla borsa, aprirlo e leggerlo, non importa se sono su un sentiero di campagna o in mezzo alla folla. Lo so che può sembrare una provocazione leggere camminando in mezzo alla gente. Ma non ho intenzione di ferire la sensibilità di nessuno.
A me succede che quando comincio a leggere, e vado sotto la superficie delle pagine, a un certo punto sprofondo ed è una specie di naufragio. Le cose allora, e le persone, cambiano forma e aspetto. Perché le vedo con gli occhi di chi, vivendo fra le pieghe delle pagine, si svela a me che sto leggendo.

Di solito succede che le cose allora mi scivolano addosso. Alcune mi attraversano, dipende dalla consistenza dell'umore della lettura. Mi piace quando le cose mi attraversano. Siccome il tempo scorre più lentamente quando leggo camminando, le sento oltrepassare la soglia dei vestiti fino a toccare la pelle. Qui la faccenda si fa più complessa perché l'osmosi con le cose richiede un'accettazione del pericolo che le cose si portano sempre dietro. Bisogna accettare il pericolo. Non avere paura. E allora si fanno strada, e quando bucano la pelle è come sentire un aria sottile che fa tremare dolcemente. E' questo che accade ogni volta che vedo lei. Un'aria sottile e un tremolio di tutte le cose, dei pensieri, della luce, dei profumi. Come una vibrazione, ma senza suono.
Quando le cose escono, si lasciano dentro qualcosa di me. Ed io le possiedo tutte, per sempre. Sedimentano e maturano. Possedere significa essere posseduti. Sempre. Per questo non bisogna avere paura. Sennò le cose mi sfiorano semplicemente, e non mi passano dentro lasciando qualcosa.

Così nel momento in cui ho deciso che non avevo paura di lei, ha cominciato lei pure ad attraversarmi. E a lasciarsi dentro di me.
Ieri, quando mi è passata dentro, stavo leggendo. Mi è restato il suo nuovo taglio di capelli, la sua schiena da maschio, quel suo modo di guardarsi intorno come se avesse paura di disturbare.
Anche queste cose hanno messo radici. Le lascio sedimentare. In autunno saranno mature.

sabato 20 agosto 2011

Le stelle ci stanno pure di giorno

E ancora mi perseguita un'insopportabile leggerezza. Di cose che non tornano e non devono tornare, di serate senza sapere quale sarà la fine, di troppo alcol bevuto sempre troppo in fretta.
Frammenti che mi facevano diverso, diverso fra gli altri. La consapevolezza di una distanza insormontabile fra me e i borghesi affaccendati ogni mattina verso la sicurezza dei loro debiti. Come fra terra e cielo.
Qualcosa rimane di quella distanza. Le stelle al crepuscolo cominciano a intravedersi. E al mattino la luna può scopare con fratello sole. E' una questione di tempo opportuno. Anche l'incesto richiede una sapienta attesa.
"Forse ti parrà strano, ma non è facile starti lontana".
"Addirittura?"
"E' così, che posso farci?"
"Proprio nulla, in effetti".

venerdì 19 agosto 2011

un apolide metafisico (il mondo è ingiusto reloaded)

Non c’è come tuffarsi nelle periferie urbane per capire quanto ogni teoria sulla pace e sul pacifismo siano carenti dell’aspetto più importante: il lato pratico delle cose. Un gentiluomo di campagna quale il sottoscritto decide di comprarsi un paio di indispensabili guanti per il giardinaggio estremo. Indispensabili sì, ed estremo il giardinaggio considerato che l’erba che mi invade le fasce non soltanto ha raggiunto altezze tropicali, ma si è pure fatta aggressiva e di notte cerca di entrare in casa. Per non parlare della buganville, pianta quanto mai infida e vile, che protrae i suoi rami uncinati non appena provo a salire (o discendere) le scale.
Per non parlare di tutto il resto.
Ecco dunque che il gentiluomo di campagna in questione si appresta a salire sul suo automobile (al maschile, com’era d’uso agli inizi del ‘900, quando con gli amici futuristi si scorrazzava per le strade di Uscio a rapire fanciulle in crisi glicemica in cura presso la Colonia Arnaldi). E si dirige verso la ridente cittadina di Rapallo che, oltre ad essere la città che ospita una fanciulla degna di attenzione come Vera Di Sciorno, è anche sede di numerosi negozi dall’apparenza popolare che tanto scarseggiano a Santa Margherita, città di puzzesottoilnaso in cui se ti serve una borsa di Pinko la trovi fino alla nausea, ma provati a cercare un barattolo di vernice, e poi vedi.
Ecco. Il gentiluomo di campagna si addentra nel centro di Rapallo. Svolta al semaforo rispettando le precedenze e si avvia fiducioso verso l’ignota e perigliosa periferia, allietato dalla colonna sonora dell’ultimo album di Bryan Ferry, che va bene andare in periferia, ma bisogna farlo con stile.
Il posteggio è l’ultimo dei problemi. Il difficile è evitare per vari soffi la mandria di popolani che sembra sospinta da una forza divina nel centro esatto della carreggiata. Pare lo facciano per diporto di abbandonare i marciapiedi senza dare alcun preavviso. E vedeste che facce, miei cari lettori. Ora io non dico che pretendo solo gente bella e pulita in strada, ma un minimo di decoro, soprattutto nei più giovini, non ci starebbe male. E invece creste, tute ginniche a vita bassissima, giubotti fatti in serie; una mandria di capre insomma. E sarò pure un gentiluomo di campagna, ma le capre preferisco trovarmele a San Lorenzo che in centro a Rapallo…
Insomma, ci ho messo due ore e mezza a trovare parcheggio, un’altra mezzora per trovare il negozio, un altro quarto d’ora per farmi servire e sentirmi dire che quei guanti da giardinaggio lì, loro, un negozio di giardinaggio, non li tengono.

Per concludere in bellezza la giornata, vado a Santa a trovare i miei. I quali, comprendo ora l’ingiustizia del mondo, non vivono sopra la sede italiana di Playboy, ma sopra il Centro Sociale Anziani con allegato Circolo del Pizzo al Tombolo con allegata Bocciofila Sammargheritese.
E poi ditemi che non devo rinchiudermi in quella fottutissima Turris Eburnea!